Riproduzione delle Caridine

La riproduzione delle caridina e neocaridina è realizzabile con estrema facilità una volta che si sono create le condizioni ambientali adatte e gli esemplari sono maturi sessualmente (dopo circa 3 mesi dalla nascita). Le femmine lasciano “cadere” le uova al di sotto dell’addome, attaccate ai pleopodi, e le ossigenano continuamente muovendoli ripetutamente,  per un tempo variabile tra i 20 e i 30 giorni, al termine dei quali fuoriescono dalle uova delle piccole larve lunghe 1mm che somigliano in tutto e per tutto ai genitori. Nei primi due-tre giorni di vita, le larve sono come “intontite” e di facile preda da parte di eventuali predatori; passati questi giorni cominciano a muoversi nella vasca e a nutrirsi di ciò che trovano; particolarmente importanti per il nutrimento delle larve appena nate sono i microorganismi che nascono e si riproducono in vasca sugli arredi, sul substrato e sulle piante. 
Nel caso in cui le uova non siano state fecondate dal maschio (un indizio può essere l’assenza di cambiamento di colore), la femmina le lascerà cadere giorno dopo giorno fino a perderle totalmente. Se invece la riproduzione è andata a buon fine e si avvista una femmina con uova, le possibilità sono due:

a) se la vasca è destinata a soli gamberetti la si può lasciare lì senza problema, data l’assenza di predatori; le larve, appena nate, troveranno in vasca il nutrimento necessario e non saranno predate dai pesci.

b) se la vasca è abitata anche da potenziali predatori si può prelevare la femmina (con estrema precauzione, evitando il contatto diretto delle uova con l’aria per scongiurare l’ammuffimento delle stesse) e riporla in una piccola vaschetta separata e matura, anche di pochi litri. Una volta che le larve saranno cresciute, queste potranno essere reintrodotte nella vasca principale senza il timore che i pesci le utilizzino come cibo vivo.

Far riprodurre con successo (ossia portando le larve alla taglia adulta) la Caridina Japonica invece è molto più difficile. Questo perchè le larve della japonica sono filtratrici, cioè per nutrirsi filtrano l'acqua e si cibano delle alghe unicellulari lì presenti, per cui senza di esse è quasi impossibile farle crescere. Invece le larve delle altre specie sono detrivore, cioè possono crescere ad esempio sotto un cespuglio di muschio di Giava, nutrendosi dei detriti e dei microorganismi lì cntenuti, e questo rende il loro accrescimento meno problematico ed alla portata di qualsiasi acquario privo di predatori.

Il dimorfismo sessuale delle caridine è individuabile abbastanza facilmente, dopo un'attenta osservazione: la femmina, oltre ad essere più grande e tozza del maschio, ha le appendici natatorie (quelle gambettine in fila lungo la "coda") più appuntite del maschio; inoltre i puntini color ruggine lungo i fianchi dei gamberetti non sono perfettamente tondi, come nel maschio, ma leggermente allungati, come dei trattini.
La femmina è distinguibile poi dalla presenza del sacco ovarico sul dorso, che si presenta come una grande macchia scura dietro la testa, visibile grazie alla trasparenza del corpo (è presente solo a maturità sessuale raggiunta e in determinati periodi del ciclo riproduttivo); e dalle eventuali uova poi, che vengono portate per circa un mese sotto al ventre, tra le appendici natatorie.

Come anche per i pesci, nel periodo pre riproduttivo andrebbe fornita alle caridine un'alimentazione un po' più sostanziosa delle sole alghe, per stimolare la produzione delle uova e quindi la riproduzione stessa.
Nelle fasi precedenti l'accoppiamento, le femmine iniziano a pulirsi freneticamente la zona dell'addome e le appendici natatorie, ripiegandosi su se stesse, mentre i maschi sentendo le femmine pronte ad accoppiarsi si muovono frenetici per la vasca. L'accoppiamento può avvenire con uno o anche più maschi, generalmente verso sera (per osservarne le fasi bisogna essere particolarmente fortunati); dopodichè, generalmente il mattino dopo, è possibile vedere la femmina che porta le uova, di colore dal grigio-trasparente al verde oliva, tra le appendici natatorie, muovendole ed ossigenandole continuamente, muovendo ritmicamente tali appendici. Le uova vengono portate dalla femmina per circa 25-30 giorni, dopodichè avviene la schiusa.
Alcuni sostengono che se le uova scompaiono entro dieci giorni, allora vuol dire che non erano state fecondate.
Altri ritengono che le uova vengano fecondate prima della loro discesa tra le appendici natatorie, e quindi se le uova sono presenti sotto l'addome sono già state senz'altro fecondate.

Un po' di tempo fa si riteneva che le larve per poter crescere ed arrivare alla taglia adulta dovessero essere allevate per forza da appena nate in acqua salmastra, da "addolcire" a poco a poco, una volte giunte alla taglia semi-adulta.
Attualmente invece questa necessità di acqua salmastra non è più ritenuta fondamentale, alla luce delle molte esperienze di acquariofili che sono riusciti a portarle alla taglia adulta nella vasca normale di comunità, con i genitori. Vasca di comunità è da intendersi naturalmente in senso molto restrittivo, non ci devono essere pesci in grado di predare le piccole caridine.
Fondamentale è in questo caso avere dei folti cespugli dove le larvette possano trovare di che alimentarsi, ottimo in questo senso il muschio di Giava.
Comunque, sia che si usi acqua salmastra che dolce, si arriva al fatidico momento: mamma caridina muovendo le appendici natatorie in modo molto brusco e ripetuto rilascia le uova, che schiudono in centinaia di piccole, anzi microscopiche larve, lunghe all'incirca da 1 a 2 millimetri, e che appaiono alla vista come dei puntolini piccolissimi (la testa), e un sottilissimo filo bianco (che al microscopio risulta essere il carapace).
Nuotano al contrario, come i gamberi, quindi diversamente dalle caridine "adulte", e sono fotosensibili, cioè sono attirate dalla luce, proprio come i naupli d'Artemia salina.

Le larve, al microscopio, sono delle microcaridine in tutto e per tutto, anche se esistono delle minime differenze morfologiche che vengono colmate nel giro di un mesetto, con un ciclo di 5 mute che porta le piccole alla forma degli adulti in tutto e per tutto, ed a una lunghezza di circa mezzo cm. Se ben alimentate, le caridine raggiungono la lunghezza di un cm in poco meno di due mesi (nell'articolo di Andrea Margutti già citato ci sono delle bellissime foto al microscopio di uova, larve e caridine mano a mano che crescono).

Cosa dare loro da mangiare?
L'opzione migliore sembra costituita da fitoplancton, o dall'acqua verde..
In mancanza si possono usare i vari liquifry et similia, considerando però che questi inquinano tantissimo, e non danno lo stesso tasso di sopravvivenza e di crescita.
Si possono usare anche il fitoplancton che si usa per l'accrescimento dei naupli d'artemia, o il lievito di birra sciolto in acqua.

Il problema maggiore, nel tentativo di tirare su le larve, consiste nel garantire un adeguato sviluppo delle stesse e nel contempo mantenere stabili e buone le condizioni dell'acqua, evitando proliferazioni batteriche. Sono estremamente sensibili agli agenti inquinanti e agli attacchi batterici, soprattutto nelle prime settimane, mentre ciò che si usa per alimentarle è altamente inquinante, oltretutto loro sono delle mangiatrici insaziabili, devono avere sempre a disposizione qualcosa da mangiare.
Inoltre quando iniziano a fare le prime mute si aggiunge inquinamento a inquinamento, bisogna quindi cercare di sifonare via scarti e mute senza portarsi via anche le microscopiche larve, impresa non da poco.

Ibridazioni

Tutte le specie di caridina e neocaridina sono tutto sommato parenti più o meno strette; per tale motivo non è consigliabile mischiare più specie di gamberetti nella stessa vasca:

a) In presenza di specie che si possono ibridare, si assisterà alla nascita di esemplari dai colori intermedi tra le due specie, con conseguente perdita del patrimonio genetico “puro” e della colorazione caratteristica della specie, oppure di esemplari infertili. 

b) Mescolando più specie nella stessa vasca, con il passare del tempo una specie prevarrà inevitabilmente sull’altra, che sarà destinata alla scomparsa nelle future generazioni; tale fenomeno è tanto più vero quanto più sono diversi i tassi di riproduzione delle specie.


Nel caso in cui si voglia comunque mischiare più specie nella stessa vasca, esistono delle tabelle che illustrano gli accoppiamenti possibili tali da scongiurare il rischio di ibridazione; ovviamente una vasca con ad esempio due specie dovrà avere un litraggio sufficientemente alto (sopra 50 litri) per ovviare ai problemi relativi all’alto tasso di riproduzione che saturerebbe una vasca piccola in pochi mesi.

La tabella seguente, recuperata su www.wirbellose.de, ci da una indicazione sui possibili abbinamenti possibili per evitare ibridazione, fermo restando la disponibilità di una vasca sufficientemente grande. Nella tabella, con X (rosso) si indica una ibridazione possibile, con X (nero) una ibridazione “teorica”, con O una ibridazione impossibile: sarà nostro interesse scegliere solo gli abbinamenti chenon danno ibridazione.